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Corteo del 14 Giugno

La Palestina è sempre più l’epicentro di uno scontro di vaste proporzioni, e lo Stato sionista, che è l’artefice diretto del crudele genocidio in corso – soprattutto a Gaza e in Cisgiordania, ma con sanguinose propaggini in Libano e in Siria – appare senza veli come una macchinadellosterminiomontata dall’Occidente imperialista, da governi e da complessi militari-industriali e finanziari statunitensi ed europei. 

Lo smisurato terrore delle tecniche di annientamento adoperate dallo Stato israeliano, miranti a distruggere i corpi e l’immagine dei palestinesi, hanno reso tangibile l’analogia tra il piano militare sionista e il Terzo Reich. Questa denuncia è già stata lanciata. Infatti, dopo la lunga catena di pulizie etniche che si sono susseguite dalla fondazione dello Stato di Israele, oggi, questo Stato – gendarme neocoloniale dell’Occidente e brutale colonizzatore in proprio – persegue la “soluzione finale”. Chi non è cieco, ipocrita o corrotto può agevolmente trarre da ciò tutte le conseguenze. Soprattutto in merito al bieco e infame abuso della parola “antisemitismo”. 

Ma, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il ruolo di potenza controrivoluzionaria globale, decisa a soffocare le lotte di emancipazione anticoloniale e sociale, è passato per intero agli Stati Uniti d’America. Questi, infatti, attraverso il dollaro, gli sbarchi militari, i colpi di Stato, la destabilizzazione delle economie dei paesi fuori dalla loro orbita, le basi militari in tutto il pianeta e il Napalm sul Vietnam, hanno ben meritato, nel segno di un esemplare neocolonialismo, l’appellativo di Quarto Reich. E’ stato George Jackson, il rivoluzionario nero del carcere di Soledad, assassinato a S. Quintino, a chiamare così quel sistema politico ed economico. 

I governi e i parlamenti europei, prima quelli occidentali, poi quelli orientali, sono entrati trionfalmente in questo Quarto Reich. Questo nuovo consesso di paesi imperialisti, organizzato nei poteri economici, politici e militari, della NATO e dell’Unione Europea, ha generato, montato e messo a punto la macchina militare del genocidio del popolo palestinese, pianificato e condotto metodicamente dallo Stato sionista. 

Dal 1948, l’anno della Nakba, e della cacciata terroristica dei palestinesi dalle città e dalle campagne dove la pulizia etnica sionista aveva stabilito i suoi spazi territoriali, tutti gli Stati occidentali, interessati alle risorse energetiche e alle vie commerciali del Medio Oriente, hanno eletto Israele a loro avamposto, e sono stati nemici giurati (anche se spesso con edulcorazioni retoriche) della Resistenza palestinese.

Anche il cosiddetto diritto internazionale, pur censurando gli atti di aperta pirateria di Israele, ne ha pienamente legittimato le spoliazioni e le violenze originarie, e nelle risoluzioni dell’ONU e nelle sentenze delle corti internazionali non viene mai riconosciuto il diritto dei palestinesi alla lotta armata per la riconquista piena e senza resti della loro terra. Ossia della terra di Palestina dal “fiume al mare”.

Oggi, dopo tutti i tradimenti dell’ANP, e i disastri seguiti agli accordi di Oslo, la propaganda dei partiti liberali dell’Occidente imperialista ha prodotto l’ennesima truffa verbale: il riconoscimento dello Stato palestinese. Ossia, il riconoscimento di uno Stato fatto di aria fritta, che non soltanto non c’è, ma che anche se ci fosse sarebbe soltanto un sistema di ghetti, disseminati in un piccolissimo territorio sovrappopolato, inaridito dai saccheggi israeliani, sotto tutela politica e militare e strangolato dai prestiti e dal FMI. In breve, questo fantomatico Stato ratificherebbe il colonialismo di insediamento sionista e lo affiancherebbe con un neocolonialismo economico.

Noi combattiamo queste posizioni e alla fantasia demagogica dei “due popoli due Stati”, che ha funzionato come maschera pacifista per il dilagare degli insediamenti, opponiamo il progetto rivoluzionario – proclamato dalle avanguardie della Resistenza palestinese – di un solo Stato plurinazionale che abbracci tutta la Palestina, uno Stato aconfessionale che intraprenda un drastico smantellamento delle strutture economiche coloniali e neocoloniali. 

Questa lotta non è astratta, poiché, in Occidente possiamo articolarla con le mobilitazioni popolari contro la NATO e i piani di riarmo che l’Unione Europea sta avviando con squilli di tromba, urla paranoiche e spinte espansionistiche verso la Russia. L’economia di guerra che ne deriva, e che porta all’estremo la distruzione neoliberistica della spesa sociale e dei salari reali, sta facendo crescere lotte di massa, purtroppo ancora frammentarie. Dovremmo sforzarci di rendere visibile il rapporto fra il genocidio dei palestinesi e queste strategie imperialistiche. 

Soltanto colpendo duramente l’economia capitalistica nei suoi meccanismi funzionali, può essere fermata la mano genocida dello Stato sionista. Bisogna allora contrastare l’economia di guerra dell’imperialismo euro-atlantico, contro il genocidio e contro il riarmo. 

Boicottaggi e scioperi generali sono già iniziati, per merito di sindacati di base e dei portuali. Bisogna rivolgersi a tutti i lavoratori affinché mettano alle corde i dirigenti dei sindacati, quelli degli accordi padronali e delle trattative, costringendoli a compiere il passo dello sciopero generale

Scioperi generali, forme di lotta autonome che aprano falle nella disciplina dell’impresa e boicottaggi al livello della produzione devono generalizzarsi. L’azione al livello del consumo è infatti assai meno efficace di quella che deve essere condotta sul piano della produzione. Ed è qui che bisogna costruire la lotta.  

Le avanguardie della Resistenza palestinese si trovano in carcere o sono state uccise dalle bombe israeliane insieme a centinaia di civili, polverizzati nelle loro case, ma il popolo palestinese è sempre lì e le sue avanguardie, dal carcere, mandano segnali in tutto il mondo. Noi siamo a fianco della Resistenza palestinese e lanciamo, contro l’imperialismo, l’economia di guerra e il genocidio dei palestinesi la parola d’ordine guevarista: creare due, tre, molti scioperi generali.