All’inizio di Ottobre, per la seconda volta, si commemora una grande insurrezione palestinese, avvenuta il 7 Ottobre 2023. Si tratta di commemorazioni di lotta, di una lotta autentica che non nasconde la rabbia, il dolore e un’irriducibile volontà d’azione. Quell’insurrezione rompeva le uova nel paniere ad un piano imperialista del ticket USA/UE/Israele. Il piano prevedeva l’incarceramento dei palestinesi in piccole riserve, sotto la tutela dei tirapiedi regionali degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e del loro sanguinario burattino sionista. Il nome biblico dato a questo piano – Accordi di Abramo – rientra nello stile solenne delle grandi stragi sioniste. I palestinesi dissero no, e insorsero! La Resistenza palestinese, vecchia di un secolo, organizzò e guidò l’insurrezione. Tutta la Resistenza agì unita, in tutte le sue componenti, comprese quelle – importantissime ! – che lottano dalle carceri israeliane.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ex tecnocrate di Blackrock e consulente d’affari di grandi banche, ha spiattellato il fatto nudo e crudo: Israele sta facendo il lavoro sporco. Il lavoro sporco di Merz è l’utile dell’imperialismo occidentale – Stati uniti, NATO e Unione Europea – in un’area che si estende dalla Turchia all’Iran, da Amman alla Palestina, dal Libano al Sinai. In quell’area, l’imperialismo occidentale sbatteva contro un ostacolo: la Resistenza, lunga un secolo, del popolo palestinese al terrore coloniale di Israele, il fantoccio super-armato dell’Occidente imperialista. Il genocidio poteva essere la soluzione. Si capisce bene, allora, che cosa vuol dire “lavoro sporco”. Oltre al genocidio, lo stato sionista, ha devastato il Libano, bombardato l’Iran, la Siria, lo Yemen. Ha messo sottosopra la regione, per rimetterla in mano ai suoi mandanti di Washington, di Londra, di Parigi e di Berlino.
Corteo del 14 Giugno
La Palestina è sempre più l’epicentro di uno scontro di vaste proporzioni, e lo Stato sionista, che è l’artefice diretto del crudele genocidio in corso – soprattutto a Gaza e in Cisgiordania, ma con sanguinose propaggini in Libano e in Siria – appare senza veli come una macchinadellosterminiomontata dall’Occidente imperialista, da governi e da complessi militari-industriali e finanziari statunitensi ed europei.
di Piero Campanile
1) L’oblio dell’ambiente e l’unica questione ricorrente
Nell’attuale frangente storico, funestato dai molteplici scenari di guerra che ormai strutturalmente accompagnano le contraddizioni e le convulsioni del sistema capitalistico-imperiale a guida USA -la cui centralità e leadership è più che mai messa in discussione nelle regioni del mondo non coincidenti con l’occidente collettivo- l’interesse per lo stato dell’ambiente e per le molteplici crisi ecologiche è di fatto marginalizzato, se non addirittura rimosso. Ma fino a ieri (e nulla ci lascia presagire un cambio di passo nell’immediato futuro) il dibattito ecologico è stato soggetto a un processo di semplificazione e allo stesso tempo di comprensibile proliferazione di discorsi, tale da rappresentare in maniera esemplare una assoluta babele comunicativa.

di Jacques Bonhomme
1. Tra passato e presente: “il punto di vista di classe”
Le locuzioni che fanno parte del vocabolario marxista novecentesco, di quel marxismo che è stato la lingua parlata e accomunante – pur con tutti i suoi dialetti – delle Rivoluzioni che vi hanno preso avvio, si usano spesso con timida circospezione, con molta esitazione e quasi chiedendo il permesso. La formula “punto di vista del proletariato” entra subito e facilmente in questo repertorio. E quindi, per poterla recuperare, per poterla incorporare in una “lingua ritrovata”, in una lingua che articoli le pratiche delle lotte sociali e politiche, serve, ineludibilmente, uno sforzo di traduzione. In prima istanza, traduzione da un libro cruciale, da Storia e coscienza di classe di György Lukács, del quale il concetto di “punto di vista del proletariato” è l’architrave filosofico. In seconda istanza, traduzione dai contesti in cui quella teoria di Lukács e importanti forze storiche si sono vicendevolmente rispecchiati e più o meno direttamente sostenuti.

di Jacques Bonhomme
1. Dal presente al passato: vecchie storie da non dimenticare
Quando sono in corso rivoluzioni o guerre civili, le svolte diplomatiche più sorprendenti possono essere una “continuazione della lotta rivoluzionaria con altri mezzi” – per parafrasare il celebre detto dell’altrettanto celebre generale prussiano -, e così è stato a Brest-Litovsk, nel 1918, o in Cina, tra i comunisti e il Kuomintang, nel 1937, di fronte all’invasione giapponese. Ma quando, come appare prepotentemente nel caso della Palestina, una Rivoluzione scaturisce da una Resistenza anticoloniale lunga e sofferta, costellata di offensive e di repressioni spietate, certe svolte diplomatiche tendono ad aprire, e a esasperare, un dualismo fra due livelli, e di conseguenza fra due forme, della lotta: l’articolazione delle alleanze e l’articolazione degli obiettivi. L’apparente complementarità di queste due forme e di questi due livelli della lotta non deve, però, ingannare, poiché le alleanze e gli obiettivi non si accordano mai spontaneamente e soprattutto – a causa della contraddizione che li oppone – non si accordano mai stabilmente. In alcune circostanze le alleanze e gli obiettivi si divaricano ampiamente.
di Jacques Bonhomme

1. Perché la Palestina resiste
Perché la Palestina resiste? È questa la domanda che, riemersa da un vecchio titolo, si fa strada in molti di noi. Il vecchio titolo, giova ritornarci, era quello di un piccolo volumetto sulla lunga e travagliata storia anticoloniale del popolo vietnamita, scritto da Jean Chesneaux. La stessa domanda dopo sessant’anni, con altri luoghi e un altro popolo, con un popolo, quello palestinese, che già allora si specchiava in quello vietnamita, come del resto in quelli dell’Africa e dell’America latina; la stessa domanda, certo, ma con un mondo dove le restaurazioni sembrano subentrate alle rivoluzioni che allora scuotevano e percuotevano la catena imperialistica mondiale e che nella moltiplicazione dei Vietnam avevano la loro metaforica parola d’ordine. Ed è una domanda, inoltre, che avvicina i mondi complementari delle masse metropolitane dell’Occidente, disarmate dalla scomposizione tecnologica dei luoghi dell’unità di classe, e dei popoli delle periferie coloniali, anch’essi derubati dei progetti di liberazione del secolo scorso, di quei progetti che, dapprima, furono interrotti e soffocati da una controrivoluzione imperialistica mondiale e che, successivamente, o a volte contemporaneamente, vennero disarticolati dal neocolonialismo.
di Collettivo MillePiani Arezzo

Lo Stato israeliano, il bellicoso Golia sionista, ha desertificato e assassinato in massa, ha scatenato fame ed epidemie, ma non ha raggiunto l’obiettivo politico e militare che aveva messo in moto la sua guerra neocoloniale di annientamento. Per questo il teatro dell’operazione militare si allarga, per questo aumenta sempre più l’accanimento nello sterminio. Ed è per questo che Israele respinge tregue, corridoi umanitari ed ogni richiesta di “cessate il fuoco”.
di Collettivo MillePiani Arezzo

Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’aumento esponenziale di articoli comparsi nei quotidiani locali in cui vengono riportati casi di violenza che si sono verificati nei dintorni dei Giardini Porcinai di Arezzo.
La situazione viene descritta attraverso il ben consolidato e ormai onnipresente lessico di guerra, al quale la stampa locale sembra affezionata in modo incontenibile. L’unica soluzione proposta dall’amministrazione è un progetto urbanistico di riqualificazione, preceduto dallo schieramento di guardie private e armate.
di J.P. Sartre

L’importanza di queste pagine di Sartre risiede nell’illustrazione dei meccanismi sociali del dominio coloniale come funzione specifica della società capitalistica. Potremmo dire, come il sottosistema di un sistema. Ne risulta un quadro penetrante, preciso e quasi didascalico, delle connessioni più evidenti e, proprio per questo, più essenziali.
Tuttavia, l’analisi di Sartre è calibrata teoricamente sul caso particolare dell’Algeria e, per quanto vengano sviluppate le linee di un disegno generale, alcuni elementi appartengono esclusivamente a quella storia e connotano in modo peculiare i territori dell’impero coloniale francese.
Voglio mettervi in guardia contro quella che si può chiamare la <<mistificazione neocolonialista>>.